Un abituale inquilino del nostro intestino è stato trasformato in un veicolo di terapia contro una delle sindromi del colon irritabile, la colite, che colpisce milioni di persone nel mondo. Frutto dell’ingegneria genetica, il primo “medico-microbo” è un batterio che viene ingerito e rilascia nell’intestino una sostanza terapeutica, ma solo al bisogno e su comando del paziente che lo ingerirà. Si tratta di una forma geneticamente modificata del batterio Bacteroides Ovatus, un microbo che fa parte della flora intestinale, spiega Simon Carding dell’Università britannica East AngliaMedical School. Secondo quanto riferito sulla rivista Gut, ingerito da animali affetti da colite, al contatto con uno zucchero, lo xilano, il batterio rilascia, direttamente nelle cellule danneggiate che rivestono le pareti intestinali, una proteina farmacologicamente attiva, il fattore di crescita umano KGF-2. Ciò porta alla riduzione del sanguinamento e dell’infiammazione delle pareti intestinali, accelerando la guarigione della parete. La terapia può addirittura prevenire l’esordio dei sintomi della malattia. La colite è un’infiammazione generalizzata dell’intestino ed é la forma più diffusa della sindrome da colon irritabile, un gruppo di malattie intestinali con un’incidenza complessiva nei Paesi occidentali che varia dal 10 al 20% della popolazione, che dipende da alterazioni della motilità intestinale con sintomi che variano dalla stipsi alla colite. Gli esperti britannici hanno creato questo ingegnoso metodo di veicolare a destinazione la terapia, con un microrganismo vivente modificato geneticamente in modo da divenire capace di produrre la proteina umana KGF-2. Il batterio ingegnerizzato rilascia il fattore di crescita umano solo quando viene in contatto con uno zucchero, lo xilano. In questo modo, ha spiegato Carding, la molecola KGF-2 può essere rilasciata a comando; per esempio, basterebbe che il paziente all’occorrenza bevesse una bevanda contenente xilano per attivare il medico-microbo. Testato su topolini affetti da colite, il sistema ha funzionato: il rilascio di KGF-2 direttamente nelle cellule intestinali danneggiate permette una terapia più mirata e con meno effetti collaterali. “All’inizio intravedo la possibilità di usare questo batterio come terapia aggiuntiva insieme a quelle tradizionali – ha concluso Carding – ma alla fine potrà essere usato come terapia unica; una volta nel colon, il batterio potrà essere attivato al bisogno, prevenendo la malattia o le ricadute”.
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